L’11 settembre della diplomazia”, dice qualcuno.

Per un giorno e forse per i prossimi, i retroscena delle celebrità del potere saranno svelati a una platea che, incantata, ne aveva visto i fasti e le ombre ogni giorno, tra una mistificazione una santificazione.

La diplomazia americana che non è più solo cinismo o real politik di kissingeriana memoria, viene messa alla berlina dalle leaks di un anemico e smilzo 39enne di origini australiane che di nome fa Julian e di cognome Assange. Nel pronunciarlo senti la dolcezza francese, eco lontano di una giustizia giacobina.

L’accusato di stupro, presunto, mediatico o montato, giustizia il mondo intero, rovesciando sulle superstar del potere una miriade di occhi di una pianeta ormai gigantesco che si nutre della “quotidianità in tempo reale” di internet.

250 mila documenti ricevuti in anonimato e pubblicati dalle grandi firme del panorama giornalistico mondiale. Migliaia di giornali tra cui i più autorevoli li riportano a galla dalle viscere dell’anonimato diplomatico.

Server dislocati nei civilissimi Svezia e Belgio, che proteggono tale anonimato.

La più grande fuga di notizie della storia. Una cascata dalla capacità illimitata. Batman(Putin), Robin (Medvedev), “l’imperatore nudo (Sarko), il “puttaniere” (Berlusconi), il nuovo Hitler (Ahmadinejad), fino ad arrivare al “ragazzo flaccido e invecchiato” (Kim Jong Il).

Cose già viste, cose che “si sanno”, ma la piramide del mondo trema sotto la scure del Maximilen Robespierre del terzo millennio. Un giustiziere etico (un po’ anarchico) che adesso ha puntato dritto al cuore di quel mondo da correggere, le banche. Sulla sua testa pende una fatwa mondiale, pesante come un macigno e profonda come la paura di un americano.

Chissà se da quella scure esca la triade, le chiamavano “Libertè Egalitè Fraternitè,” che cambiò la storia del mondo moderno, oppure il sangue di una ghigliottina mediatica che sceglie cieca le sue vittime.

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