Oggi, 19 anni fa, si spegneva una delle personalità più carismatiche della scena musicale, un personaggio che con la sua carriera ha impresso un segno indelebile nella storia del rock. Esattamente il 24 novembrembre 1991 lasciava prematuramente questo mondo il leader storico dei Queen  Farrokh Bulsara, più famoso col suo nome d’ arte Freddie Mercury.
Il cantante e’ rimasto indissolubilmente inciso nelle memorie di tutti, oltre che per il suo spaventoso talento, per altri due motivi: la sua omosessualità, in primis; ma più importante ancora, il malanno che ne ha provocato la morte: l’ Aids.

In relazione a questa problematica, ho raccolto il parere di una psicologa della Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS (LILA), il quale può aiutarci a capire l’attualità del problema.

“Al tempo della morte di Freddy Mercury vi fu un grande seguito mediatico”, esordisce la psicologa, “e tutti noi fummo presi da una forte commozione. E’ stata davvero la perdita di un mito”.

Sebbene forse il suo sia stato uno dei casi di HIV più seguiti, non e’ stato il solo e non ha rappresentato certo l’inizio del problema:”Vero che negli anni ’80, nonostante il tema abbia sempre avuto un grande impatto sociale, vi era molta ignoranza. Tuttavia la malattia ha quasi trent’anni, tanti saranno passati nel 2011 dal primo caso diagnosticato negli Stati Uniti”.

Ma come e’ andata sviluppandosi la ricerca medica in questi 19 anni? “Al tempo”, continua la psicologa, “l’AIDS era una malattia che corrispondeva ad una diagnosi di morte. Grazie all’avvento dei farmaci, ora chi ne risulta affetto ha la possibilità di fare progetti, e avere speranze di vita sicuramente più ampie. Tuttavia, il fatto che tali farmaci abbiano portato con sé effetti collaterali di non poco conto ci spinge a non pensarli come la soluzione definitiva”.

Interessante risulta la disamina del ruolo che hanno avuto i media nel corso di questo arco temporale a cavallo del passaggio di millennio:”Negli anni ’80 venivano portate avanti delle campagne allarmistiche, che diffondevano un senso di paura e terrore. Poi piano piano l’attenzione intorno al problema e’ andata scemando sempre più, tanto che oggi si parla di AIDS solo il primo dicembre (data in cui se ne celebra la giornata mondiale) e nei discorsi sull’Africa. A differenza di quanto ci possa far pensare tale propensione a trascurare la cosa, il problema e’ tutt’altro che risolto o estraneo alla nostra realtà. Ciò che serve e’ portare avanti iniziative di prevenzione”.

Non poteva mancare un commento sulle ultime dichiarazioni del Papa circa l’uso del preservativo, ammesso in circostanze particolari:”Bisogna ammettere che dimostra un’evoluzione rispetto a posizioni più oltranziste portate avanti in passato, intanto vi e’ l’ammissione dell’utilità del mezzo. Non e’ ancora un’apertura totale, ma in fondo credo che la Chiesa non stia qui per fare prevenzione, le loro azioni sono vincolate ad una ben determinata visione della sessualità. Detto questo, forse ci si potrebbe aspettare maggiore sensibilità rispetto a certi tipi di sofferenza”.

In chiusura, uno sguardo al futuro:”Vedo molta sperimentazione sui vaccini, e poca prevenzione. Non dimentichiamoci, peraltro, che tutt’oggi permane un forte senso di discriminazione nei confronti delle persone affette da questo male. Ho una grande speranza affinché il problema possa essere adeguatamente combattuto, ma il fatto che nessuno ci investa mi rende poco fiduciosa”.

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