Martedì 9 novembre alcuni collettivi politici della facoltà di Lettere hanno convocato una “tavola rotonda” sul tema del DDL Gelmini, prossimo ad essere nuovamente protagonista della scena mediatica grazie alla discussione alla Camera posta in agenda per il giorno 18. E proprio intorno ad un tavolo, rettangolare però, si è andato raccogliendo dalle 15.30 in poi un numero sempre maggiore di studenti e non solo, venuti con l’intenzione di riprendere il filo della discussione  da quanto detto qualche giorno fa all’incontro fra il rettore Alberto Tesi  e gli studenti .

Non è stata una vera e propria assemblea, con oratori e un pubblico dedito ad ascoltarli. Certo, vi sono state persone che hanno avuto maggiore voce in capitolo, ma l’interazione si è sviluppata nella forma del brainstorming, con continue integrazioni e anche confronti di idee a volte in contrasto fra loro. Si è voluto comunque evitare i botta e risposta, per non svilire la natura collettiva della conversazione.

Posto come punto di partenza, appunto, l’incontro svoltosi alla sede del Rettorato venerdì scorso (per maggiori approfondimenti, vedi …), si è tenuto da subito a chiarire il perché di questa chiamata: si voleva creare “un momento di discussione prima del 17 (giorno di celebrazione a livello internazionale del diritto allo studio, che per una semplice coincidenza cade appena prima della discussione alla Camera del DDL, e che quindi sarà  per forza di cose legato a tale evento), per metter su delle riflessioni generali sul movimento studentesco, e capire le prospettive reali di lotta”.  Da più interventi risultava evidente un malcontento diffuso, riassumibile in frasi del tipo “non si riesce più a respirare, perché ce lo buttano nel c**o da tutte la parti”. Più in particolare, il primo ragazzo che è intervenuto ha voluto sottolineare come non si tratti più solo della riforma del sistema universitario. La protesta si deve inserire “in un disegno molto più ampio; non c’è bisogno di una protesta studentesca o studenti sta. Dobbiamo capire che questa crisi è pagata da lavoratori come da studenti: e in fondo, lavoratori siamo anche noi”.

Questa volontà di allagare il discorso ha portato a denunciare “un quadro generale di sottrazione di diritti”, a voler “riportare al centro le questioni delle privatizzazioni”, e  ad auspicare “una lotta dal basso che ricostruisca un’idea nuova di società”,  in opposizione ad “una cultura che ci porta a diventare schiavi di questa società”.

Due punti di divergenza sono tuttavia emersi.

Il primo riguarda la natura della manifestazione del 17 novembre. Piuttosto che essere  un insieme di iniziative decentralizzate e sparse  in tutto il paese, c’era chi suggeriva un’azione forte, centralizzata, magari a Roma, per aumentare la propria visibilità e non cadere nel dispersivismo. Idea, questa, che ha avuto rapida bocciatura: tropo tardi per organizzare una simile cosa, magari la prossima volta.

Il  secondo punto critico ha toccato le rivendicazioni da portare in piazza. Da un lato c’era chi riteneva che la classe degli studenti dovesse far sentire a gran voce i problemi della propria categoria, e mettere l’accento sul travaglio che il nostro sistema educativo sta attraversando. Dall’ altra parte, si poneva invece chi riteneva necessario allargare il punto di vista, per avere una visione a 360°: lo studente, insomma, non deve scendere in piazza come studente, ma come citadino lavoratore, a cui preme la difesa del diritto allo studio quanto il diritto alla casa e al lavoro. È necessario uscire dal cosiddetto”ghetto della riforma universitaria”, per rispondere a questo “attacco a tutti i diritti collettivi”.

Nota di colore, l’assemblea  si è accesa per la scelta di uno slogan da apporre sullo striscione di apertura corteo. Da più parti è emerso il desiderio di inserire la parola “crisi”, ma fra le frasi più gettonate sono emerse il già usato “i diritti non si meritano, si conquistano”, accanto al più innovativo “combattiamo i profitti, conquistiamo i diritti”.

Annunci