Chiunque ritenga che non si possa confezionare un ottimo e credibile thriller ad alta tensione con solamente una (ristrettissima) ambientazione ed un singolo attore in carne e ossa a disposizione,  dovrà ricredersi dopo la visione di “Buried – Sepolto“, regia dello spagnolo Rodrigo Cortés, interpretato da Ryan Reynolds (sempre più lanciato nell’olimpo hollywoodiano ma che i più ricorderanno solamente come marito di Scarlett Johansson).

La storia è piuttosto semplice: Paul Conroy è un ‘contractor’, un guidatore di tir che porta rifornimenti alle truppe americane stanziate in Iraq. Durante uno di questi viaggi, lui e altri suoi colleghi rimangono vittime di un’imboscata da parte di alcuni guerriglieri, che iniziano a sparare contro di loro.

Questo però lo scopriamo solo a pellicola già iniziata. Il film infatti si apre su uno sfondo nero, dove sono udibili solamente i lamenti e le urla di disperazione del malcapitato protagonista, fatto prigioniero dopo l’attentato e finito, legato e imbavagliato, dentro ad una cassa di legno sottoterra.

Paul ha con sé solamente un accendino, una penna ed un coltellino, oggetti che si riveleranno molto utili man mano che la sua disavventura procede e, soprattutto, un telefono cellulare, con il quale i terroristi lo informano della sua “situazione” dicendogli che lo libereranno solamente se riuscirà a convincere l’ambasciata americana a pagare un riscatto di 5 milioni di dollari entro poche ore.

Non trattandosi di Tarantino e non essendo il protagonista una pericolosa assassina di nome Beatrix Kiddo intenzionata ad uccidere Bill, l’impresa risulterà assai più ardua ed estremamente più verosimile che sfondare la cassa con una mano e riemergere incolume all’esterno.

Lo stile al limite dello sperimentale di questo film sorprendente riesce a catturare lo spettatore all’interno del suo script serrato, rendendolo partecipe delle sofferenze del protagonista, un corpo prigioniero lacerato cui Reynolds dona grande anima ed empatia, avendo incontrato non poche difficoltà durante la lavorazione (pare che le sue vere grida d’aiuto venissero scambiate dai membri della troupe per quelle del copione).

L’effetto claustrofobico viene trasmesso in maniera ottimale grazie ad una regia sapiente che non lascia nulla al caso e non cede a facili indulgenze: come se fossimo noi stessi all’interno della cassa, senza alcun contatto con l’esterno, possiamo seguire realisticamente tutti i passaggi concitati e disperati compiuti da Paul per farsi rintracciare, prima dall’FBI, poi dall’Unità di Crisi Ostaggi, e rivedere la luce del sole.

In 90 minuti assistiamo, impotenti, ai suoi sforzi sovrumani per tentare di resistere dentro quella bara grattata con le unghie, conservare il poco ossigeno a disposizione e convincere le autorità competenti che la sua vita è preziosa almeno quanto quella di qualsiasi altro ostaggio.

Un’aura di incompetenza circonda, virtualmente, ciascun ufficio o impiegato delle unità di crisi, dell’FBI, in generale della cosiddetta “Intelligence” americana (di cui ovviamente conosciamo solo le voci al telefono), tratteggiata come pigra e inadatta a gestire casi di trattative di ostaggi. Un quadro impietoso, pungente e sicuramente realistico, a cui si aggiunge il mostro di una società (nel senso di azienda) senza scrupoli interessata solo ai codici di assistenza sanitaria dei suoi dipendenti, messi spalle al muro da una burocrazia infame.

Tutto questo condito con colpi di scena a non finire, trovate geniali e strizzate d’occhio al genere horror, più un finale al cardiopalma che rende praticamente perfetto il meccanismo ad orologeria del film, presentato come thriller ma in realtà più politico di quanto ci si aspetti, dove neanche troppo velatamente viene rimarcato il concetto (se ancora qualcuno non ne fosse convinto) di quanto inutile e scellerata si sia rivelata l’idea della guerra in Iraq nel lontano 2003.

Probabilmente anche per questo motivo, in USA il film è stato un mezzo flop.

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