E’ stata presentata in questi giorni una proposta di legge per abolire il cosiddetto decreto Pisanu che impedisce la diffusione delle reti WIFI in Italia.

Linda Lanzillotta dell’Api, Paolo Gentiloni del PD e il finiano Luca Barbareschi si sono mossi contro una legge giudicata dallo stesso Pisanu “superata” e fortemente osteggiata persino dai “Club per la libertà”.

Nel 2005 infatti il parlamento approvava un pacchetto, che all’indomani degli attentati terroristici di Londra introduceva una serie di norme per permettere alle forze dell’ordine di prevenire e individuare eventuali minacce terroristiche nel nostro paese.

La proposta è di abrogare il discusso articolo 7 che stabilisce che qualsiasi soggetto il quale fornisca al pubblico libero ad accesso ad internet, sia obbligato a registrarsi in questura come fornitore del servizio e richiedere un documento di riconoscimento a ogni utente che accede alla rete.

 

La normativa, che secondo i promotori “rappresenta un notevole ostacolo alle nuove modalità di fruizione e accesso alla rete da parte dei cittadini e”, proseguono, “per l’erogazione di nuovi servizi da parte delle pubbliche amministrazioni ed enti pubblici”, rischia di essere rinnovata il prossimo dicembre.

 

Già l’anno scorso, in corrispondenza della scadenza di una norma transitoria ma che di fatto viene rinnovata ogni hanno nel decreto “Mille proroghe”, era stata sottoscritta dai un centinaio tra dirigenti d’azienda, giuristi, politici e giornalisti, la cosiddetta “Carta dei Cento per il libero WI-FI”.

 

Sta di fatto che oggi nel nostro paese ci sono pochissimi punti “hot spot” che offrono il Wi-Fi pubblico: 4.200 in tutto secondo il ministero dello Sviluppo Economico, meno di 2.000 per il sito specializzato WiFi Italia.com. Circa un quarto o un quinto di quelli degli altri paesi europei e una miseria se paragonati agli oltre 70.000 degli Stati Uniti (un migliaio nella sola New York).

Un ritardo che penalizza l’alfabetizzazione informatica e incide sull’acquisto di pc e tablet oltre che ostacolare la ripresa economica.

 

Purtroppo un ostacolo di ragione economica esiste. I gestori hanno infatti tutto l’interesse nel fare navigare gli italiani con i costosi contratti delle compagnie telefoniche, per capirci le remunerative chiavette.

“Gli operatori italiani hanno puntato tutto sul mobile e hanno visto il Wi-Fi come una minaccia. Quelli di molti altri Paesi invece hanno scommesso anche sul Wi-Fi”, afferma Davide Rota amministratore delegato di Linkem, “i nostri”, prosegue “dovranno ricredersi, perché con la saturazione della banda larga mobile, il Wi-Fi tornerebbe molto utile”.

 

Insomma a parte qualche recente esperimento virtuoso come il centro di Vicenza e quanto avvenuto nelle sedi CGIL della Valle D’Aosta, la partita resta aperta.

Intanto “L’Espresso” ha lanciato una petizione on line (http://temi.repubblica.it/espresso-appelli/?action=vediappello&idappello=391189) per il Wi-Fi libero sottoscritto da quasi tutte le forze politiche, da Bersani a Di Pietro, Vendola e Casini e sostenuto anche da autorevoli rappresentanti PDL come Stracquadanio .

 

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