È difficile non pensarci: ti alzi la mattina e come ogni giorno sorseggi beata il tuo caffè mentre guardi il Tg o leggi il giornale e scorrendo le notizie, che si rincorrono una dietro l’altra, scorgi un viso noto.

“È quello della ragazza scomparsa”- pensi e per una frazione di secondo speri con tutto il cuore che l’abbiano ritrovata, chissà, magari in una grande città, con un’amica lontana o, perché no, con un nuovo fidanzatino: ma poi quella frazione di secondo passa e, tornando alla realtà, ti si gela il sangue nelle vene.

Non è facile parlarne, ma non possiamo tacere su uno dei fatti di cronaca più tremendi della storia italiana.

Scrivere per informare, per ricordare, per riflettere, perché il giornalismo non è solamente audience e numeri, non è solamente massimizzare gli ascolti comunicando in diretta a una madre la morte della figlia (come ha fatto Federica Sciarelli nella puntata di ieri sera di Chi l’ha visto?“).

Questo non è il buon giornalismo e non ci saremmo mai aspettati un tale comportamento da nessuna emittente televisiva, figuriamoci dalla televisione di stato, che tanto si vanta del suo pudore e del rispetto dell’etica, tale che a volte rischia di sfiorare il ridicolo.

Dopo il delitto di Cogne e quello di Garlasco, dopo le decine di ricostruzioni, di ipotesi e di interviste, credevamo di aver raggiunto l’apice della crudeltà, ma a quanto pare ancora non ci basta. Stiamo assistendo giorno dopo giorno alla spettacolarizzazione del dolore, ad una televisione fatta di reality e di fiction, in cui la linea sottile tra cronaca e narrativa viene troppo spesso e, purtroppo, troppo superficialmente oltrepassata.

Nonostante ciò, dobbiamo parlarne, poiché fatti del genere non devono più accadere e dobbiamo far parlare i ragazzi, sui loro dubbi, le loro paure, le loro insicurezze.

Viene da chiedersi se altre volte Sarah abbia subito molestie dallo zio, se abbia sentito il bisogno di parlarne con qualcuno e se abbia mai trovato il coraggio di farlo.

Come riuscire ad accusare una persona di cui tutta la sua famiglia si fidava e di cui lei stessa non avrebbe mai sospettato il minimo sgarbo?

La stessa madre di Sarah, Concetta Serrano Spagnolo, pochi giorni fa – in occasione del ritrovamento del telefonino della ragazza – aveva dichiarato di non aver alcun sospetto sul cognato e anche ieri sera la signora Scazzi ha appreso della morte della figlia nella stessa casa dell’uomo che ne era stato l’artefice.

L’assassino, l’uomo nero di cui sentiamo tanto parlare quando siamo bambini, quello cattivo che ci porta via “se non facciamo i bravi”, questa volta non era per la strada, né in un posto lontano, né nei luoghi più bui e deserti della città, ma quotidianamente accanto a lei.

Ma com’è possibile che nessuno si sia mai accorto di niente?

E se Michele Misseri non avesse fatto ritrovare quel cellulare, avremmo mai scoperto la verità?

Che il tentativo di depistaggio sia stato, in realtà, un grido di aiuto per una situazione talmente opprimente da non essere più sostenibile?

Questa giornata è giunta quasi al termine e sono ancora troppe le domande che ci facciamo e le risposte che cerchiamo.

Questo caso – com’è già successo per gli altri – sarà al centro dell’agenda delle principali testate e del palinsesto dei principali programmi televisivi: ci saranno indagini, approfondimenti, opinioni di esperti che alimenteranno lo share e le polemiche, ma purtroppo non riusciranno mai a spiegare il perché di un gesto simile.

A noi non resta che l’amaro in bocca, la delusione e la sensazione d’impotenza rispetto a un gesto

che la ragione umana non riesce a comprendere o che, forse, è talmente crudo e disumano che la mente stessa si rifiuta di credere.

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