Un Polo di Novoli illuminato da sole e gremito di studenti, nelle aule, in biblioteca, nella sala lettura, al bar, sulle panchine. Ma certamente non erano lì per l’Assemblea di Ateneo che ha avuto luogo questo pomeriggio nell’Aula Magna dell’edificio D6 del Polo delle Scienze Sociali, pubblicizzata tramite volantini e firmata da studenti e ricercatori.

Un’assemblea che, nonostante un ordine del giorno che dovrebbe stare a cuore agli studenti – la discussione sul futuro dell’università a seguito del ddl Gelmini, già approvato al Senato, e della legge 133 del 2008 – è stata un vero flop, con circa 150 studenti presenti (per la maggior parte membri delle associazioni studentesche) e un’assenza importante che non è passata inosservata, quella di professori ordinari e associati. Così la strategia di mobilitazione e sensibilizzazione messa in campo dalle varie facoltà, seppur in maniere diverse, rischia di arenarsi.

Si riparte allora da una parola d’ordine: informare. “Siamo qui per spiegare agli studenti che la decisione di 300 dei 750 ricercatori dell’Ateneo fiorentino di non insegnare non è una lotta di categoria ma l’ultimo atto possibile di pretesta per aprire un dibattito interno ed esterno al mondo accademico sull’università che verrà se sarà approvato il ddl Gelmini” spiega aprendo l’assemblea Alberto Tonini, ricercatore di Scienze Politiche.

Le rappresentanze studentesche sono unite sul fine – il blocco del ddl – ma si dividono sui mezzi più o meno rivoluzionari, più o meno obsoleti, che riportano alle forme di protesta messe in campo due anni fa dal movimento dell’Onda. E così se Lorenzo del Collettivo di Scienze Politiche propone “che siano gli studenti a bloccare totalmente la didattica in maniera più decisa di come è stato fatto due anni fa”, Andrea, studente di Lettere, ribatte evidenziando come il blocco delle lezioni sia una zappa sui piedi per gli studenti, “un controsenso: se il nostro obiettivo è quello di tutelare il luogo di formazione per eccellenza, dove prima di tutto impariamo a diventare uomini, come possiamo pensare di farlo eliminando i momenti formativi?

Quando gli studenti chiedono ai ricercatori “Ma come mai negli anni passati avete accettato di insegnare, a titolo gratuito e per di più non obbligatorio per legge?” è Michela Frulli, ricercatrice di Diritti umani a rispondere:  “Se non ci fossero i ricercatori i corsi di laurea non partirebbero” ma è sempre la Frulli ha far notare che “ il paradosso è che non essendoci i requisiti minimi i ricercatori non sono considerati docenti, così quest’anno molti di noi hanno deciso di dire basta – e continua – a Scienze Politiche abbiamo comunicato ad aprile la rinuncia alla didattica e nonostante ciò siamo stati inseriti nell’offerta formativa del manifesto degli studi di quest’anno, a questo punto la responsabilità è degli alti vertici”.

Un sistema universitario che necessita di essere ripensato da capo a piedi, che dica no alle logiche baronali e che coinvolga tutte le componenti del mondo accademico e del sistema della formazione. Con questa convinzione si è infine chiusa l’assemblea che ha individuato 4 punti programmatici che diventeranno presto un documento da presentare alle Istituzioni: blocco del ddl, ripensamento del sistema di finanziamento delle Università, unificazione delle carriere di didattica e ricerca e un’operazione sul diritto allo studio che metta al centro lo studente supportandolo con servizi e borse di studio per affrontare la vita universitaria.

Nei prossimi giorni ci saranno altre mobilitazioni locali in vista poi del presidio davanti a Montecitorio il 14 ottobre, giorno di discussione del ddl alla Camera.

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