Una delle immagini che più di frequente viene utilizzata per definire la nostra società, e il mondo nel quale viviamo, è sicuramente quella della Rete: intrecci culturali legano insieme le estremità di un globo che pare sempre più piccolo.
E ce lo ricorda continunamente la piattaforma comunicativa dei nostri tempi, Internet, un vero e proprio World Wide Web. Ma è bene fare attenzione a come ci si muove in questa realtà fatta di codici, perchè come diceva Giuni Russo in una celebre canzone, alla voglia di mare si accompagna “il salvagente per paura di affogare”. E questo salvagente oggi si chiama controllo informatico della privacy.

L’argomento, sempre attuale, è tornato alla ribalta dopo le parole pronunciate al Cairo dal Garante dell’authority per la privacy, Francesco Pizzetti:”Sono necessarie regole mondiali per la navigazione in Internet […] In gioco -continua – c’e’ la garanzia al tempo stesso della privacy e della liberta’ di informazione e di comunicazione”.

Nel breve intervento di Pizzetti mi pare di sentire l’eco dei moniti lanciati non troppo tempo fa dal Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton, la quale si appellava alla necessità di una “web ethics“. Ma il focus si sta spostando su di un punto ben preciso: non tanto cosa possiamo fare con Internet, quanto cosa possa fare Internet a noi.


E’ di pochi giorni fa, ad esempio, la notizia del suicidio di uno studente dell’università di Rutgers (New Jersey), Tyler Clementi. Giovane promettente, amante della musica, era stato filmato di nascosto mentre condivideva un bacio omosessuale; l’imbarazzo procurato dalla diffusione sulla rete del video è stata troppo per lui, portando Tyler a togliersi la vita. Arkady Leytush, direttore artistico dell’orchestra di cui il ragazzo faceva parte, parla di un “evento drammatico nella New York del XXI secolo, dove un ragazzo promettente può essere ucciso da un filmato rubato grazie a Internet”.

A testimonianza di come, al contrario di quanto alcuni pensano, non sia del tutto possibile crearsi sul Web una “seconda vita” (citando un celebre gioco) distinta da quella reale, mi sembrano emblematiche le parole di Eric Schmidt, capo di Google, sui giovani navigatori di rete: “un giorno potrebbero essere costretti a cambiare nome per sfuggire a un passato imbarazzante su Facebook e co.”.

Se vi sembra un commento esagerato, pensate a film come Minority Report e al concetto di “indagine precrimine”. Solo science fiction? Non proprio.

Social Intelligence: questo il nome di un sistema attivo online che, passando in rassegna le informazioni contenute nei maggiori social networks delinea un identikit delle  persone, con particolare attenzione a ciò che traspare sulla loro indole.
I cosiddetti dati sensibili non vengono toccati, ma certo fatti come questo ribadiscono un concetto più volte evidenziato: la visibilità è un’arma a doppio taglio.

Prima lo impariamo. prima smetteremo di vedere Internet in maniera manichea:
altare della libertà per alcuni, trappola distopica del potere per altri.

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