Dal 1969 ai grillini contemporanei, sempre un’unica costante.

Mi sono spesso chiesta per quale motivo la parola “Woodstock” sia per la controcultura, come il miele per le api o come la speculazione per un capitalista, sembra una domanda banale se si concepisce il festival come un emblema mitico, ma in verità vi chiedo che cos’è “Woodstock” nell’immaginario comune?

Forse un simbolo del rinnovamento culturale, di rinascita, ma la parola nella mitologia popolare ha assunto un significato semantico ambiguo e generazionale. Il tempo ne ha revisionato i significati, oscurando l’oggettività delle pratiche ed idealizzando i caratteri romantici e, permettetemi, quasi trascendenti. Si! “Woodstock” sembra assume un significato ulteriore a contatto con la controcultura post sessantottina; un idillo bucolico di pace, amore e beatitudine, nella natura semi ultraterrena con pastorelli nudi, grazie al vento, LSD e fango.

È quasi sempre il paragone con gli anni 60 che ricorre a definire i tempi posteriori e se si tratta di musica, società e cultura, allora il confronto con quegli anni sembra inevitabile e segnato da alcune costanti ricorrenti e ciò che ne scaturisce è spesso una pratica di romanticismo descrittivo -la memoria di quei bei tempi…- e il negativo nichilismo di questi moderni.

Dall’unico ed autentico festival del 1969, di WoodStock ce ne sono state tantissime, e non solo in occasione di anniversari o memorie, in Polonia viene organizzato annualmente il festival Przystanek Woodstock “Fermata Woodstock”, per non parlare delle riproposizioni italiche; dal recentissimo Woodstock 5 Stelle di Grillo avvenuto a Cesena, ai meno conosciuti Festival del Proletariato giovanile tra il 1975-76 al Parco Lambro di Milano, organizzati dalla rivista Re Nudo, che vedevano eccellenti partecipazioni, come: Area, Stormy Six, De Gregori e Battiato.

Eppure le produzioni nostrane viziano spesso e sembra che la musica sia usata come espressione della politica; le manifestazioni nascevano e venivano gestite da organizzazioni politiche e inutile negarlo,  come nel Woodstock ’69, anche per fini economici.

Ma qua non c’è stato, come nel 1969, un Pete Townshend -The Who-, che alle 4 del mattino per amore della propria esibizione, abbatté, con la sua chitarra, l’attivista hippy Abbie Hoffman, salito sul palco “per dire qualcosa al pubblico”; in Italia prima c’è il dibattito poi l’espediente della musica.

Ciò che rimane costante, oggi come allora, è la controcultura; giovane e delusa dal modo di fare politica, dalla società e dal sistema, che considera “(…)I partiti morti, zombie che camminano, strutture del passato, costruzioni artificiali. Barriere tra le persone e lo Stato. Non esiste il politico di professione, esistono i mantenuti a vita di professione(…)” parole di Grillo. Mi pongo una riflessione, cos’è cambiato da quarant’anni fa?

Nonostante le critiche il richiamo c’è stato, se nomini “Woodstock e sogno” qualcuno ne è attirato, nel 1969 ne attirarono 500 mila, Grillo e il suo Woodstock 5 Stelle ne ha attirati 15-20 mila, quindi cos’è “Woodstock” fuori dall’immaginario comune? Un prodigio demagogico, il riecheggiare di una memoria romantica, un sogno nutrito d’illusioni? Non so, ma suppongo che il mito non tornerà.

Elisa Lastrucci

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