Sono trascorsi quarant’anni da quando Jimi Hendrix, l’indiscusso re della chitarra elettrica, ha lasciato questo mondo. Il 18 settembre 1970 Jimi si trovava in una stanza del Samarkand Hotel di Notting Hill, a Londra,  insieme alla compagna tedesca Monika Dannemann: era accaduto altre volte che il chitarrista si svegliasse tossendo sotto l’effetto di alcool e droghe, ma quella notte gli fu fatale.

Era appena tornato da un tour non troppo fortunato, quello di Fehmarn in Germania, dove era stato accolto da fischi e contestazioni da parte del pubblico: Londra era la città a lui più cara, il luogo del suo esordio come chitarrista di fama internazionale e qui era tornato in cerca di rifugio da una popolarità ormai diventata eccessivamente oppressiva e da un mondo, quello dei concerti, che gli aveva causato quella stanchezza cronica che non riusciva a fargli prendere sonno neanche dopo un’estenuante tounée dai ritmi scellerati.

Hendrix non voleva morire, tutt’altro: forse per la prima volta nella sua vita tutto andava per il verso giusto. Aveva alle spalle un’infanzia difficile in uno dei quartieri più disagiati di Seattle, un padre alcolista e una madre morta prematuramente, per non parlare poi dell’arruolamento forzato nell’esercito. Unico spiraglio di luce, l’affidamento alle cure della nonna, la stessa che fu l’artefice del suo destino, poiché gli regalò la sua prima chitarra: si dice che la chitarra fosse per destri e che il ragazzo, essendo mancino, imparò a suonarla girata al contrario, cosa che si porterà dietro nel corso di tutta la sua carriera.

Jimi era al culmine del suo successo, c’erano in ballo concerti, eventi, importanti collaborazioni e la musica era riuscita a dargli quell’equilibrio di cui aveva tanto bisogno. Era il Dio della musica e forse fu proprio quella presunta onnipotenza che in quella notte di settembre lo portò a ubriacarsi fino allo stordimento, a prendere anfetamine e a ingoiare ben nove pasticche di Vesparax, non rendendosi conto che gliene sarebbe bastata mezza per dormire.

Il genio, giovane e irresponsabile, aveva dimenticato di essere un mortale … e immortale, di un altro pianeta era per lui anche la sua Fender Stratocaster, chitarra divenuta emblema del chitarrista stesso.

Hendrix amava il suo strumento di un affetto sovrumano e cercava di estrarvi le sonorità più insolite, come nel concerto del giugno 1967, al Monterey International Pop Festival, dove arrivò a suonarla con i denti, con l’asta del microfono, contro l’amplificazione e persino a mimare con lei dei rapporti sessuali! In quell’occasione, non ancora soddisfatto dell’effetto ottenuto, la cosparse di liquido infiammabile e le diede fuoco, distruggendola sul palco.

Tuttavia, l’evento per eccellenza della stravanga di Jimmi, passato alla storia come simbolo del Festival e del pensiero pacifista di quegli anni, fu Woodstock 1969. La performance del chitarrista raggiunse l’apice con la celeberrima trasfigurazione di The Star-Spangled Banner, inno degli Stati Uniti D’America, riadattato in maniera selvaggia con simulazioni sonore dei bombardamenti e dei mitragliamenti sui villaggi del Vietnam. In un’intervista a ridosso del Festival sul perché la versione dell’inno americano sia stata resa così poco ortodossa, lui rispose semplicemente: “Penso che sia meraviglioso suonarlo così!”.

Talento ribelle, innovatore e disarmante, non ci ha lasciato solo buona musica: nel cuore del Greenwich Village di New York sono nati gli Electric Lady Studios, voluti ardentemente da Hendrix così come lui li aveva desiderati e tutt’ora aperti, immagine di una musica inusuale e colorata e di un ambiente di grande ispirazione a “misura di musicista” (ricordiamo che di qui sono passati, tra gli altri, John Lennon, David Bowie, gli Ac/Dc, i Clash, Santana).

Purtroppo Jimi non ha potuto godere dei suoi Studios per molto tempo: solo quattro settimane dopo si è spento a ventisette anni in un hotel di Londra, in circostanze non ancora del tutto chiare.

A quarant’anni dalla sua morte, ricordiamo alcune delle principali iniziative per celebrarlo:

Hendrix lives on festival al Maglio di Sesto San Giovanni (Milano), una tre giorni dal 17 al 19 settembre. In programma concerti di band tributo, mercatini vintage, aperitivi musicali, presentazioni di libri e cd, una mostra fotografica, manifesti rari e video inediti a rotazione.

Jimi Hendrix Memorial Day – 40th Anniversary! Domenica, 19 settembre · 15.00 – 20.00 Agriturismo Ca’ Verde San Ambrogio di Valpolicella (VR)

Rock Files Live! Tributo a Jimi Hendrix , Lunedì 13 settembre ore 22 alla Salumeria della Musica di Milano. INGRESSO GRATUITO
“Hendrix now”, dal 15 settembre al 19 novembre 2010 la galleria Photology di Milano presenta una mostra aperta al pubblico che presenta una selezione di fotografie scattate a Jimi Hendrix tra il 1968 e il 1970 da quattro fotografi di fama internazionale. INGRESSO GRATUITO

Remember JIMI, Dal 21 settembre al 2 ottobre- Rocca Caterina Sforza, Forli.
Dal lunedì al sabato, dalle 15 alle 20. INGRESSO LIBERO

Hendrix in Britain, Londra, fino al 7 novembre, nell’appartamento dove abitava, al numero 23 di Brook Street all’Handel House Museum, saranno in mostra i suoi abiti stravaganti, memorabilia, testi scritti a mano, foto, il suo famoso giubbotto arancione brillante, il cappello che indossava durante i concerti e il suo certificato di morte. Il ricavato servirà restaurare l’appartamento, che dal 15 al 26 settembre sarà aperto al pubblico.

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