Questo sarebbe dovuto essere un semplice articolo per annunciare la ripresa dell’informazione sul blog de L’UniversitArea. Purtroppo però non è così. In questi giorni è accaduto un evento che mi ha fatto decidere utilizzare questa pagina bianca per dare voce a chi rischia di essere messo a tacere.

Ferdinando Piccolo è un collega, ma prima di tutto un amico, che si è visto recapitare una busta con dentro cinque pallottole calibro 9 e un biglietto: “Stai attento a quello che scrivi o sarai un morto che cammina… con la ‘ndrangheta non si scherza”. Ferdinando è un ventitreenne che scrive per il Quotidiano della Calabria, non ha fatto altro che il suo lavoro. E’ un giornalista e ha scritto. Ha scritto della sua terra, una terra tanto bella quanto difficile, ha scritto di incontri tra i capi delle cosche e ha scritto di una strada che collega Polsi a San Luca. Una strada da sistemare da almeno venti anni, un appalto di 12 milioni di euro vinto nel ‘96 da una ditta di Crotone , poi fallita, e il subappalto concesso a un’altra ditta di San Luca il cui proprietario aveva dichiarato di non aver mai ricevuto denaro.

Ferdinando è solo l’ultimo di una lunga serie di giornalisti che tutti i giorni rischiano la loro vita per portare avanti il proprio lavoro, quello di informare. Una professione che in certi luoghi è più difficile che in altri, ma che proprio in quelle terre è fondamentale perché ultimo baluardo della democrazia. Come spiega Ferdinando “non è facile vivere in Calabria, non è facile scrivere di ‘ndrangheta, denunciare. Ma bisogna sacrificarsi per la libertà di informare. Ci hanno detto-siediti- e ci siamo alzati, ci hanno detto-non fare questo, non fare quello- e noi l’abbiamo fatto… Ci hanno detto- non scrivere- e noi abbiamo scritto e continueremo a farlo. Non saranno proiettili, buste gialle, lettere minatorie a fermarci. Non sarà una macchina bruciata a fermare il nostro ardore, a frenare la nostra rabbia”.

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