La Spirale Appare di Mario Merz

Una coda velenosa l’ultimo punto. E non puoi considerarlo una svista delle ciglia. No, perché è la tua mano che ne sottoscrive la cicuta. L’ultimo punto di un contratto di stage sono “gli obblighi del tirocinante”. Il secondo recita implacabile: “rispettare gli obblighi di riservatezza circa processi produttivi, prodotti od altre notizie relative all’azienda di cui venga a conoscenza, sia durante che dopo lo svolgimento del tirocinio”. Una legittima norma-bavaglio a protezione dell’incolumità di un’azienda da eventuali serpi indiscrete. Ma il mio fervore deontologico mi presenta quella norma come un ostacolo anche al libero racconto delle emozioni. Né adesso, né domani, quando il mio stage sarà finito. Perché già le vedo come fossero scritte dietro la lavagna dove finirei in punizione: le domande sulla ragione della mia caduta di indipendenza e spirito critico. Domande come: “Ma di che ti preoccupi? Parla con Fabbrica Europa no?!”.No, non era questa la domanda che volevo scrivere. Ma la ragazza ora seduta accanto a me deve essermi entrata nel pensiero e nelle dita. Eppure la porta dell’ufficio è chiusa. E anche le finestre. Non so da dove sia passata. Ma è qui, a gambe incrociate, e mi guarda come se avesse detto la cosa più naturale di questo mondo: “Parla con me. Tre domande però. Come tre desideri al tuo genio della lampada”.

In rapidissima successione: allungo il collo, sgrano gli occhi, mi faccio tutto orecchi. Una posa così sgraziata non merita che una caduta rumorosa dalla sedia.

“Bè? Non hai mai visto un Festival?”.

Ancora per terra sbatto con violenza le palpebre: mi deve essere entrato qualcosa nell’occhio sinistro. Con un solo occhio aperto mi rialzo, prima sui gomiti e poi sulle ginocchia. Arrampicatomi sulla sedia e ripreso a respirare normalmente le rispondo: “Sì, ma mai seduto accanto a me”.

Il piazzale esterno della Stazione Leopolda

Il piazzale esterno della Stazione Leopolda

Non c’è che dire: la ragazza ha carattere. Ma io sono devoto al lume della ragione, non posso credere di poter realmente parlare con un Festival e – per di più – riportarlo per iscritto.

“Vedila così: è la prima intervista che rilascio in diciassette edizioni. La prima in assoluto”. Cambia posizione alle gambe e poi continua con tono di sfida: “Se non te la senti, basta che lo dici. Sai quanti ne trovo disposti a far volare l’immaginazione pur di fare uno scoop?”.

Colto nel vivo dell’orgoglio, ad occhi spalancati stavolta dalla determinazione a non lasciarmi sfuggire un’opportunità irripetibile, cerco nel repertorio degli sguardi quello di ghiaccio di una Fallaci alle prese con Kissinger e ribatto: “A decollare sono bravi tutti. Il difficile è vedere nelle nuvole la pista che ti riporterà a casa”.

“Ora che hai detto anche tu la tua frase a effetto possiamo cominciare?”.

Un sorriso, breve, mi arriccia il viso. Come di un pericolo appena scampato, di un’incomprensione sfuggita alle labbra e poi recuperata al volo.

Ma da dove cominciare? Tre domande sono poche, pochissime per condensare una vita intera. E io non vado molto d’accordo con la signorina Sintesi.

Capisco dai movimenti bruschi sulla sedia che Fabbrica Europa si sta spazientendo: questo silenzio che ci divide deve esserle incomprensibile ogni secondo di più. La prima domanda la lancio dunque come un rompighiaccio. E dopo chiudo gli occhi, come il lanciatore di baseball che rifiuta di guardare in faccia l’umiliazione della sua palla volata in tribuna.

“Sei nata nel 1994 da Maurizia Settembri e Andres Morte Terés, con l’ambiziosa volontà di creare a Firenze una casa per la cultura di tutta Europa, uno spazio per i linguaggi e le arti contemporanee. Un’officina, una bottega, un palcoscenico e un laboratorio della ricerca e della sperimentazione…”.

“So dove vuoi arrivare: io sono legata inscindibilmente alla Stazione Leopolda, un luogo di archeologia culturale riscoperto proprio da me. Firenze è forse uno dei luoghi più difficili dove portarmi avanti: è sì una città deputata ad accogliere l’arte, ma è eccessivamente gravata dal peso che la tradizione le impone. Questo le comporta un certo strabismo verso tutte le forme del contemporaneo. Con la mia azione, invece, ho inteso far riconoscere e fruire la contemporaneità come naturale sviluppo dell’identità e delle tradizioni locali, il cui peso e significato non solo è culturale, ma anche esistenziale e sociale. Quale miglior luogo allora di una stazione dissotterrata dalle sabbie della Storia e riutilizzata per far partire i suoi viaggiatori solo con l’immaginazione?”.

La navata centrale della Stazione Leopolda nell'allestimento di Massimo Barzagli

“Una Leopolda che quest’anno si è spogliata nei suoi elementi essenziali ed è rimasta nuda nella sua ossatura in ferro. A 17 anni non hai ancora messo la testa a posto?”.

“Lo chiedi a me o alla Leopolda? Io per la Leopolda non rispondo. Chiedilo a lei! Per me valgono le parole di Rimbaud: “non si può essere seri a 17 anni”. E non lo sarò  né a 18, né a 19, né mai, se per seri si intende essere maturi e quindi disconoscere il Cosimo di Calvino e come gamberi tornare indietro sulla corteccia della nostra intransigenza ad un mondo che ci vuole tutti erba pettinata e patinata…no, posso dirti che non succederà mai. Da questo albero, che mi fa essere radice e frutto di questo tempo, il mio tempo, con tutte le sue contraddizioni, i suoi stenti e i suoi scatti improvvisi (più indietro che in avanti), io non scendo. E con me quest’anno non sono scesi 50.000 spettatori che dal 6 al 25 maggio hanno affollato 80 eventi di 35 paesi e 4 continenti. Tu dovresti saperlo meglio di chiunque altro, visto che il tuo stage era all’Ufficio Stampa. Sbaglio?”.

La Sala Musica affollata per il dj set di Fumiya Tanaka

Ha ragione. Forse però ho sbagliato io a lasciarmi coinvolgere in questa fanta-intervista. Siamo alla terza domanda. Ne ho già bruciate due. Me ne ha già bruciate due. La prima sul tempo – non me l’ha fatta finire. La seconda nel contenuto – l’ha girata a suo favore. Mi sta usando come uno specchio d’acqua nel quale riflettere tutta la bellezza e l’incoscienza dei suoi verdi anni.

Non metterla in difficoltà, ma scalfire il nero impenetrabile dei suoi occhi. Questo vorrei.

La terza domanda è un’ultima curiosità personale, ricercata in fondo a questi tre mesi di stage come si cerca nei polmoni il soffio per spegnere l’ultima candelina di compleanno. Innocente e all’apparenza innocua.

“Chi è la gente di Fabbrica Europa?”.

All’udire quella parola, “gente”, Fabbrica Europa alza prima gli occhi, poi il mento. Cerca uno spiraglio di ispirazione. Fa un bel respiro. Poi un altro. E ancora un altro. Sembra voglia accogliere dentro di sé tutte le voci che vivono quei confini di lino che le scendono dalle piccole spalle e la fasciano con delicata decisione fin poco sopra le ginocchia. La durezza è volata via. Si è sciolta insieme al colore dei suoi occhi, che il sole ora rivela di un morbido color nocciola.

Il logo di Fabbrica Europa 2010 - XVII edizione Europa <-> Mediterraneo <-> Oriente

“La gente di Fabbrica Europa. Quasi io fossi un luogo da cui provenire e a cui tornare dopo aver attraversato il mondo. Un rifugio. Una patria. Nessuno ha mai chiamato così i miei collaboratori. Però mi piace, mi piace molto. La mia gente parla lingue differenti, ma si capisce in una sola: quella della fatica. Ha mani lunghe per poter avvitare più stretti i bulloni dei sogni e il passo stretto e veloce anche quando non è arrabbiata. La mia gente conosce la dura responsabilità del sorriso, che allevia dalla fatica, come il panno caldo allevia il corpo dalle ingiurie del tempo. Non importa che tra le dita ci sia una tastiera, una scopa o una pialla: sono solo respiri diversi di una stessa primavera. La mia gente. Io sono questa gente. Gente che è femmina perché sa fare più cose contemporaneamente, non come voi uomini che sbagliate anche quando ne fate una sola…”.

Una grossa, grassa risata ci scoppia sulla bocca. Per poco non cadiamo – entrambi, stavolta – dalla sedia.

Gli sguardi interrogativi dei miei colleghi – non ancora rassegnati a sentirmi parlare da solo con il computer – mi richiamano all’ordine numerico del nostro accordo: spente le tre domande, esaurite le possibilità di chiedere, domandare. Sapere. I suoi occhi, infatti, già sono voltati indietro, verso la porta della direzione. Un capovolgimento in anticipo sul nostro arrivederci.

“Le tre domande sono scadute. Ed io sono un Festival di parola. Adesso devo andare: di là mi aspetta un amico del Mali, il Festival au Desert. Insieme organizzeremo una tre giorni di concerti e incontri l’8, il 9 e il 10 luglio all’Anfiteatro delle Cascine. E’ la mia nuova sfida: portare il cielo d’Africa a Firenze”.

Il logo del Festival au Desert - presenze d'Africa

Non ha ancora finito di dire “Firenze” che è già in piedi e con garbo risoluto mi porge la mano destra.

“Arrivederci. E grazie per avermi creduto”.
“Arrivederci. E grazie per avermi scelto”.

A passi stretti e veloci si avvia alla porta che chiuderà alle sue spalle ed alla mia ultima domanda rubata.

“Ma era poi finto per davvero quel canar…”
“Voi giornalisti siete tutti uguali…”.

Alcuni, se per questo, sono anche più uguali di altri. I Festival, invece, no. Sono tutti diversi. Alcuni, se per questo, sono anche più pazzi di altri.

Dalla serratura della porta, infatti, vedo spuntare il muso pacioso di un cammello, che sembra chiedermi: “Bè? Non hai mai visto un cammello?”.

Come se avesse detto la cosa più naturale di questo mondo.

(Le foto sono di Francesca Fravolini, eccetto quella usata nel logo del Festival au Desert che è di Barbara Lomonaco. Tutte sono tratte dalla pagina Facebook di Fabbrica Europa)

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