Sono passati 17 anni da quella notte fiorentina, imbottita di esplosivo.

La Fiat Fiorino della morte era accanto alla storica Torre dei Pulci, dove gli Uffizi si incrociano in un gioco architettonico unico al mondo con la via dei Georgofili, attraverso piccoli passaggi dai quali puoi scorgere il cuore del “Giglio”, Il Ponte Vecchio, sospeso dolcemente nell’Arno.

Un mese sanguinario il maggio italiano. Appena qualche giorno fa, il 23, ricordavamo la strage di Capaci , sempre il 9 maggio il “ragazzotto” siciliano di provincia, era di Cinisi, si chiamava Peppino Impastato, moriva lo stesso giorno del’onorevole Moro.  

Mi trovo appoggiato alla parete dell’Accademia dei Georgofili, o almeno al nuovo volto che la ricostruzione passata per le braccia di migliaia di volontari, ha dato a questo storico edificio, permettendogli di tornare in piedi e conservare quel che rimane del suo patrimonio.

Davanti a me l’Ulivo della Pace.

Ascolto le parole di una guida, dal suono amaro, ne posso sentire la violenza mentre spiega ai turisti la ferocia di una bomba di matrice mafiosa che distrusse una famiglia, la cui colpa era soltanto quella di abitare la parte più alta della torre.

Tracotanza della sfida a uno Stato debole, quando imperversava lo scandalo di Tangentopoli, quando i pezzi migliori morivano soli sotto il tritolo di Cosa Nostra, la bomba di via Georgofili colpì a freddo le coscienze del Belpaese.

Si possono leggere le poesie scritte nelle targhette, guardare i fiori freschi dell’omaggio reso in questo anniversario appena commemorato al Palazzo Vecchio con la consegna del sigillo della Pace al Procuratore antimafia Pietro Grasso, in presenza dei familiari delle vittime e della vedova Caponnetto.

Ho indossato i vestiti sobri dell’eleganza per un evento importante, per ammirare quelle foglie aspre del Mediterraneo. Un sentimento di rabbia misto a imbarazzo per chi, di natali palermitani, oggi aveva la sensazione di portare una colpa verso quelle vittime, di avere un debito verso di loro.

“Quando potremo dire tutta la verità, non la ricorderemo più”, diceva Leo Longanesi.

Oggi la verità su via d’Amelio, su Capaci, sull’Attentato all’Addaura alla villa di Falcone, non ha luce. Oggi non possiamo dimenticare, ma quella verità non la conosciamo.

L’inquietante prospettiva del “Patto” tra Stato e mafia si fa avanti, mentre emergono le sospette connivenze della criminalità organizzata con una parte dei servizi segreti, quello 007 “con la faccia da mostro”, il “signor Franco” o “Carlo”, anello di congiunzione tra i corleonesi e le istituzioni, più volte citato da Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito. Mentre le procure indagano ed escono fuori le rivelazione controverse di Gaspare Spatuzza. E poi quelle parole scritte col sangue nel “Papello”, recante le arroganti richieste mafiose.

Chiudendo gli occhi si può sentire quel grande rombo potentissimo dell’esplosivo e l’inferno che ha inghiottito 5 vittime innocenti, una bambina di 9 anni Nadia Nencioni, la sorellina Caterina di appena 50 giorni, insieme alla mamma e al papà, una famiglia cancellata e il giovane appena 22enne Dario Capolicchio.

Ennesimo mistero all’italiana in un paese dove in nome del “sacro” principio della tutela della privacy, viene oggi ucciso il diritto di cronaca con la legge Bavaglio, quando viene impedito ai pm di indagare negando il pieno utilizzo di uno strumento indispensabile come le intercettazioni.

Accantol’Accademia dei Georgofili dove fino al 10 Settembre sarà possibile visitare la mostra del maestro Guarneri, che volle raccontare con semplicità e cruda sincerità quella tragedia in 46 disegni e acquarelli.

17 anni dopo quell’ulivo simbolo di vita infonde però una speranza nuova. Quella che ci deve guidare per pretendere la verità, per raccontarla ai nostri figli come loro faranno con i loro, con lo stesso spirito disincantato, con la stessa virtù.

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