“…è come andare contro la propria natura. Per un ricercatore, la scelta di rifiutare un incarico è dolorosa, non è per niente semplice. Il fatto è che le difficoltà sono troppe, e più si va avanti, più la prospettiva tende al peggioramento. Questo è un modo incisivo per lanciare un segnale di protesta”

Alberto Di Cintio, Ricercatore – Settore ICAR/13 (DISEGNO INDUSTRIALE) 

Continua in tutta Italia la settimana di mobilitazione contro il ddl Gelmini sull’Università che, dal 17 al 22 maggio ha coinvolto e sta coinvolgendo gran parte degli Atenei italiani con occupazioni, azioni simboliche, flash mob, striscioni, cortei e chi più ne ha, più ne metta. Accanto ai Ricercatori, si sono infatti anche: i Professori, più o meno ordinari, il personale tecnico amministrativo, qualche Preside ma non troppi, perché forse allora non saremmo a scrivere queste cose, e anche gli studenti. Insomma tutti, organizzazioni universitarie e sindacati compresi, si sono dati appuntamento in questi sette giorni, per manifestare contro un ddl che non va bene. Perché come riportato dalla nota ufficiale del movimento:

  • l’Università pubblica non viene più indicata come “sede primaria della ricerca”;
  • l’autonomia del sistema universitario viene svuotato concentrando in poche mani (il Rettore e il Consiglio di Amministrazione) il potere di gestione degli Atenei. Agli Atenei, invece, deve essere assicurata una gestione democratica attraverso la partecipazione di tutte le componenti, compresi i tecnici-amministrativi, i Senati Accademici;
  • l’istituzione della figura del ricercatore a tempo determinato, in aggiunta alla pletora di figure post-dottorato, aggrava il problema del precariato. Deve, invece, essere prevista un’unica figura pre-ruolo, dotata di autonomia e responsabilità diretta di progetti di ricerca;
  • è inaccettabile l’assenza di qualsiasi riferimento al destino degli attuali ricercatori di ruolo;
  • non viene prevista alcuna riforma del dottorato di ricerca che è invece necessaria e urgente anche per la formazione alla docenza;
  • le indicazioni sul diritto allo studio risultano generiche e rinviano ad una delega totale all’Esecutivo, invece di ridefinire un welfare studentesco oggi palesemente inadeguato.

Oltre a confermare l’insostenibile riduzione di risorse per la ricerca e la didattica (tramite i tagli già previsti al Fonfo Finanziamento Ordinario).

Perché proprio questa settimana? Perché oggi, la riforma dell’Università del Ministro Gelmini è stata votata a Roma al Senato. Nonostante le proteste organizzate in tutta Italia, il ddl ha ottenuto il via libera dalla commissione Istruzione. Dodici i voti a favore: Pdl, Lega, Gruppo delle autonomie. Nove quelli contrari, tutti del Pd. L’Italia dei Valori non ha partecipato al voto.

Per il Ministro la riforma: «consente ai ricercatori di poter ottenere due contratti triennali al termine di ciascuno dei quali ci sarà una valutazione e poi la possibilità di accedere all’abilitazione nazionale, quindi entrare di ruolo con una progressione di carriera o con uno scatto stipendiale nell’università; o ancora di lavorare all’interno della pubblica amministrazione o anche nelle aziende private».

Per gli interessati, invece, i dubbi non sono pochi. Sui nuovi assunti con contratti a termine graverebbe infatti l’incertezza della conferma— anche in caso di valutazione positiva — per la mancanza di fondi. Il rischio è quello di un aggravamento del precariato, dove, per di più, ancora una volta non viene riconosciuto il ruolo dei ricercatori come docenti. Per ridare solo un dato ormai consunto, negli atenei in media, il 40% delle docenze è assicurato da queste figure.

Che non si perda di vista l’autonomia però. Motivo per cui, ad esempio, i Ricercatori dell’Ateneo fiorentino hanno un motivo in più per essere arrabbiati. È stata infatti approvata da Consiglio e Senato “quella che molti chiamano la Rottamazione: in pratica i ricercatori che hanno 40 anni di contributi devono andare in pensione – spiega Di Cintio – manovra pensata ovviamente in linea con la mentalità del risparmio economico prima di tutto,  e poi per il turn over. Sta di fatto che ancora non si è parlato di concorsi per assumere nuovi ricercatori. Sembra dunque molto semplice dedurre il finale di questa triste storia. Per di più – prosegue il Ricercatore Di Cintio – l’Ateneo poteva non applicare questa manovra di prepensionamento, invece l’ha fatto e in maniera discriminatoria, partendo dai più deboli”.

A Firenze per l’a.a. 2010/11 la percentuale dei ricercatori che hanno deciso di rifiutare l’insegnamento cresce di giorno in giorno. “Non c’è ancora un documento ufficiale ma la facoltà di Scienze Politiche è arrivata al 100%, Architettura al 75% e le altre raggiungono, più o meno tutte, queste percentuali”, conclude Di Cintio.

Mancano ancora tre giorni. “Al di là del coordinamento nazionale, qui a Firenze, per ora, noi Ricercatori vogliamo informare il più possibile su quella che è e che sarà la nostra situazione se continuiamo su questa strada. Per questo spendiamo tempo a parlare con i nostri studenti, almeno 10 minuti ogni lezione, e abbiamo organizzato anche dei punti di volantinaggio”.

Visti i recenti sviluppi staremo a vedere. Che dopo l’onda sia questo il momento della “Risacca”?

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