Venerdi` sera, ore 23.30. Mi trovavo in camera, occupato al computer, la televisione accesa a farmi da sottofondo. Ad un certo punto compare un messaggio pubblicitario che mi avverte della messa in onda su Italia 1 del film “Melissa P.”, alle 00.10. Mi misi a guardarlo quasi per caso, ma già durante le ultime scene ebbi l’impulso di buttare giù due linee su questo film, non troppo leggero da lasciarmi indifferente, né troppo spinto da farmi storcere il naso con irritazione.

 La trama del film, liberamente ispirato alla vicende di Melissa Panarello raccolte nel suo libro “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire”, è relativamente semplice, senza particolari colpi di scena. Tuttavia le tematiche affrontate, o forse meglio la maniera con la quale vengono affrontate, sono tutt’altro che banali.

Il regista racchiude nell’arco temporale di un anno scolastico l’impatto che la protagonista ha  con l’inizio di quella fase della vita comunemente definita pubertà (cosa che mi ha fatto pensare ai primi capitoli della saga di “Harry Potter”, per “i cicli di maturazione” ai quali il maghetto più famoso dei nostri tempi va incontro).

Nell’anno che la porta a diventare sedicenne, Melissa comincia a “sentire” il proprio corpo e a recepire i segnali che quest’ultimo comincia  a mandarle sempre più insistentemente. L’ideale di amore puro e innocente di cui è candidamente inebriata all’inizio presto va in frantumi al cospetto di un universo maschile che brutalizza i suoi sentimenti. La situazione familiare mostra un padre mai presente sulla scena, ma per cui la figlia prova un profondo affetto: affetto che forse è la causa della sua masochistica speranza in un “sesso forte” che appare insensibile e egoisticamente animale (esemplare la scena del primo rapporto di Melissa dove, mentre il ragazzo non si cura del dolore inferto alla ragazza -vergine- pensando unicamente al proprio godimento, non fa che ripetersi       “io l’amo, io l’amo”). L’innocenza va sfumando in sempre più cupo cinismo ( “non sono più una bambina”), Melissa reagisce dando pan per facaccia ad un mondo che “non la farà più soffrire” e che tratterà come lui ha trattato lei. Il vortice di perdizione nel quale si immerge pare portarla ad affogare, lei che non sapeva nuotare. E in un parallelo del destino muore l’amata nonna, l’unica capace di vedere che non era tutto ok, come le  ripeteva la madre di Melissa, la quale rimane sconvolta dalla scomparsa di quello che in fondo era anche per lei un punto di riferimento. Ma è allora che la madre apre gli occhi (oltre che il diario personale della figlia), e in una scena ad alto tasso di drammaticità, dove le fragilità di due donne distrutte dà vita ad una forza comune, riesce a strappare entrambe dal precipitare nell’abisso.

E` il punto di svolta per Melissa, che taglia di netto con una vita che l’aveva resa oggetto di sbeffeggiamento da parte dei ragazzi,  che l’aveva portata ad allontanare tutte le persone care (come l’amica del cuore Manuela). E`ora che anche Melissa ricominci a “vedere”, e a comprendere cosa è buono e cosa sbagliato. E` adesso che comincia a  capire qual è il suo posto nel mondo, non oggetto sessuale, non dominatrice sadica, semplicemente una sedicenne alla prese con cose troppo grandi per essere affrontate da sola. E come la sua  debolezza diventa vigore e rispetto di sé stessa, cosi` quella ragazza che non sapeva nuotare si ritrova alla fine del film, nello stesso luogo che in principio l’aveva traumaticamente introdotta nel non più rosa mondo dell’amore, a muoversi leggiadramente circondata dallle acque di un mare blu profondo, sotto gli occhi stupiti dei suoi compagni.

 Nel nostro panorama cinematografico questa età tanto complessa quanto importante (negli Stati Uniti i sedici anni sono una tappa fondamentale nella vita degli adolescenti che stanno dventando sempre meno teenagers) ci viene normalmente dipinta a tinte “mocciane”, con amori “capricciosi” intrecciati alle vicissitudini della scuola -che in “Melissa P. appare sullo sfondo, come a non voler distogliere l’attenzione dello spettatore-. Risulta essere sopra le righe, quindi, (e non solo per alcune riprese più trasgressive, senza essere a mio parere mai esagerate) un film che raccoglie nell’esperienza particolare ma non troppo di Melissa le ansie, le paure, le difficoltà a cui oggi gli adolescenti vanno incontro nel sentirsi in dovere di affrontare temi come il sesso e l’amore, esperienze a cui non sono pienamente pronti ma in cui si vedono catapultati. Cio` che trapela è che quegli stessi ragazzi protagonisti di trasgressioni sessuali sono, in fondo, ancora ragazzi: come Daniele, l’amore maledetto di Melissa e per lunghi tratti suo manipolatore, che si trova angosciato nell’approfondire le mille sfaccettature dell’amicizia fra maschi, fra solidarietà e concorrenza.

 E come un cerchio che si chiude, come in un percorso di redenzione, alla fine a vincere torna ad essere l’amore puro, dolce, semplice, platonico, che forse è quello più caratteristico di quell’età. Cosi` Melissa scopre nel ragazzo bocciato della sua classe, in colui che per tutto il film è sempre rimasto sullo sfondo, un’ insperato amante, il quale è felice semplicemente perché lei gli sta parlando, nonostante l’avesse ignorato (e tutto il pubblico con lei) nei precedenti 90 minuti di pellicola. Un’artista, capace di immortalare attraverso i suoi ritratti l’evoluzione della ragazza. Che suggella il loro primo, vero incontro, con un abbraccio e un bacio sulla guancia. E che dichiara il suo amore attraverso un ritratto, il primo “ di cui sa anche lei”: un disegno semplice, chiaro, pulito. Un po’ come la nuova Melissa, una ragazza di sedici anni alla scoperta dell’amore.

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