“L’Europa è come la Madonna nella teca al centro della via: la ignoriamo durante la settimana, la santifichiamo la domenica, la invochiamo quando servono i miracoli” ironizza Marco Zatterin de La Stampa parlando di mamma Europa, una donna così giovane e già così stanca, dilaniata dai conflitti interni e crisi di identità, che sta cercando affannosamente di ritornare sulla retta via e proseguire il suo cammino. E noi la snobbiamo come una schiera di figli nell’impeto adolescenziale, ribellandoci alla conformità presunta e rivendicando la nostra personalità.

La crisi economica greca e l’eruzione vulcanica irlandese sono solo due di più recenti fatti che hanno dimostrato un’incapacità di celere e condiviso coordinamento e una scarsa voglia da parte delle istituzioni nazionali di mediare per trovare soluzioni “europee”.

Ma quale è il ruolo che giocano istituzioni, media e società civile nella creazione di un Europa che sia dei popoli e non degli stati? Che senso ha una scelta come quella della baronessa Catherine Ashton, designata lo scorso novembre dal Consiglio europeo “alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione europea”, proprio lei che viene da uno dei paesi più euroscettici? Forse perché i leader nazionali hanno più interesse a mantenere ben salda la poltrona nel loro paese, ritenuta più prestigiosa, vedendo nell’Europa non una grande possibilità per affermare un ruolo decisivo nelle grandi questioni internazionali bensì un capro espiatorio su cui scaricare come europee colpe nazionali e glorificare come nazionali idee e decisioni comunitarie.

E certo la scelta dei media, in particolare delle televisioni, se non altro italiane, che si prodigano a raccontare l’Europa e gli Stati che ne fanno parte in maniera superficiale, lacunosa e frammentata, riducendo le decisioni europee ad un’aranciata senza arance certo non aiutano la società civile a sposare la causa di un’entità sentita così astratta e lontana dalla realtà.

L’ultima speranza restiamo noi ragazzi, “il popolo Erasmus”, che la nascita dell’Europa non l’abbiamo vissuta ma siamo nati in un mondo globale, senza confini e forse riusciremo più dei padri patriottici a costruire un’Europa a portata di persone.

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