Un volto, un attimo, un’emozione in un clic. Foto in bianco e nero per raccontare i colori della vita, a volte luminosi a volte così cupi. Ma il giornalismo è anche questo. A Perugia in questi giorni si può visitare la mostra di Ali Al-Sumayin , il giovane fotografo nato e vissuto in Arabia Saudita, che adesso vive a Dubai dove lavora come motion graphics designer all’MBC Group (un gruppo di reti televisive arabo) e come fotografo freelance. E noi alla mostra abbiamo deciso di andarci con lui (l’arabo non lo sappiamo ma qualcuno anni fa ebbe l’idea di fare dell’inglese la lingua comune. Gran bella idea).

Occhioni color nocciola e un sorriso contagioso, Ali racconta davanti ai suoi scatti all’Aquila dei giorni dopo il terremoto “Quando fai dei reportage fotografici ti trovi di fronte a situazioni tristi e delicate, una donna che ha perso il figlio o un marito che ha perso la moglie, e in questi casi devi avere sensibilità e rispetto per le persone che stai fotografando e non puoi puntare l’obiettivo in faccia come fosse una pistola”.

Ali cammina solo con la sua ombra per le strade del mondo e va dove l’attenzione degli altri non arriva per cogliere ciò che viene dimenticato dal baraccone mediatico, usando i dettagli come aggettivi per raccontare le storie della gente. Ha impugnato la macchina fotografica per la prima volta quando era alle superiori “era la macchina fotografica di mio cugino, poi me ne sono comprata una tutta per me, uno di quei modelli preistorici, prima di potermi finalmente permettere una macchina fotografica come si deve”.

Quella scatolina con l’occhione di vetro è una sua grande amica dalla quale per niente al mondo si separerebbe. Tenendosi per mano, amano viaggiare insieme, osservano, giocano e si divertono a parlare – e non sparlare – della gente.

Si vive solo quando il cuore batte, si vive davvero quando il cuore batte forte. Si può parlare con le parole ed emozionare con le immagini. E questo Ali lo sa.

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