Cerco conforto. Appoggio morale. Per non dire: compagnia. Ma la risposta è sempre la stessa: “No, non ci penso nemmeno a fare una fila di due ore per poi non riuscire ad entrare”. A tutto c’è un limite: anche a Saviano.Abbozzo un sorriso, una mezza frase di commiato accondiscendente. Ti capisco, caro amico aspirante giornalista. Ma non (ti) condivido. La notizia di oggi è alla fine di quella fila. La notizia di oggi sarà quella fila.

Esco trafelato dal “Brufani” con le dita ancora sporche inchiostro e le lettere della tastiera del computer sbaffate sui polpastrelli. Saviano parla alle 21 al Teatro Morlacchi. (Sì c’è anche Al Gore, il politico che “ha vinto tutto eccetto quello che doveva vincere” come dice Lorenzo Bagnoli di Orizzonte Universitario). Ed io sono già in ritardo: lo leggo distintamente sulle facce dei passanti di Corso Vannucci che mi guardano scuotendo la testa.

A metà del Corso scorgo una folla ammucchiata sulle scale del Duomo. Sicuramente stanno urlando la parola di Saviano contro la camorra. Ma quando mi avvicino ad una distanza visibilmente più umana mi rendo conto che si tratta di una manifestazione della curva del Perugia. Attraverso la folla di turisti che fotografa questo spettacolo very pittoresco e mi dirigo giù per la strada che dovrebbe condurmi al Morlacchi.

Non è difficile capire che sono sulla buona strada. Ad indicarmela è la coda che inizia già da piazza Morlacchi. Finalmente a piedi fermi controllo l’orologio del cellulare.

18:38. Le transenne arrivano fino alla fine di Piazza Morlacchi. La Municipale le unisce con il filo spinato bianco e rosso, quello degli incidenti, del “do not pass”. Non sono passati neanche 10 minuti che già sono stanco di aspettare e mi chiedo se ne vale la pena di aspettare Saviano sotto un vento battente. Pensiero che rifuggo subito con sdegno. La Pizzeria all’angolo della piazza nel frattempo ringrazia il giorno in cui Dio ha creato l’uomo, la donna e la camorra.

19:07. Un giornalista (?) accanto a me, barba curata, camicia sobria hawaiana e scarpe bicolore, ha un taccuino più bello del mio e con più pagine, tutte completamente bianche e un pennarello più professionale della mia penna gialla d’albergo. Sono però almeno 10 minuti che lo tiene in mano e non scrive. Cosa aspetta? Che il vento d’improvviso gli guidi la mano?

19:18. Dalla Pizzeria siamo avanzati di 10 passi scarsi. In coda si rumoreggia che alcuni sono in fila dalle 3 del pomeriggio. Altri ancora sostengono che quelli che sono andati da Travaglio giovedì sera si sono barricati dentro al Morlacchi e lì hanno dormito. Non ho elementi per affermare dove penda la verità, se dalla parte del fanatismo o da quella del buon senso. So però che chi ci passa accanto, poco oltre le transenne, dove regna la normalità, al minimo sorride di noi giapponesi della legalità, come se la guerra alla criminalità organizzata fosse stata vinta senza che noi ce ne fossimo accorti. Il giornalista (?) accanto a me ha finalmente cominciato a scrivere, ma è più imbranato, molto più imbranato di me (gli cade continuamente il tappino del pennarello, troppe emozioni?). Però lui resiste al freddo con solo una giacchetta di velluto spinato sulla camicia a fiori caraibici.

19.20. Ma quando arrivano i generi di prima necessità? Dov’è la Protezione Civile? Bertolaso! Bertolasoo! Bertolasooo!

19:26. Passa Arianna Ciccone, patron(a) del Festival. Ci guarda e sorride quando le dicono: “L’hai fatto il pienone eh?!”. Prendiamola così: è la prova generale per la serata di domani [oggi per chi legge, N.d.r.] con Scalfari. Se sono ancora in piedi. Non qui, ma nel senso di: sano.

19:43. “Scusa la fila per chi è?”. “Per Saviano e Al Gore”. Mi voleva chiedere: “chi, scusa?”. Ma non se l’è sentita di avere contro una folla potenzialmente suscettibile alle domande inopportune. Zoro di “Parla con me” cammina di là dalle transenne con passo sornione e ci riprende con una piccola videocamera. Un ragazzo prova a catturare la sua attenzione: “Questa è l’Italia che vale, però resterà fuori”.

19:53. In fila mi dicono che giovedì sera, nella fila per Travaglio, è successo di tutto: urla, strilli e una macchina che ha arrotato i piedi di una ragazza. Per tacere dei tre carabinieri tre che, invece di intervenire, hanno preferito starsene dentro il Teatro. Ma, d’altra parte, al chiuso non pioveva.

20:15. Siamo alle colonne d’ingresso della Facoltà di Lettere. Dobbiamo arrivare al Palazzo laggiù. Sono 50 metri, gli ultimi. Altri ragazzi mi confermano la notizia delle 19:53. Un applauso ironico viene lanciato all’indirizzo di un giovane arreso che con una SEDIA (rubata in sala stampa?) si è andato a mettere davanti al minischermo montato fuori del Teatro.

20:45. Gli aggiornamenti si diradano perché i fogli del taccuino di Hemingway stanno drammaticamente finendo. E già averlo scritto mi ha fatto perdere spazio. Inutilmente.

20:51. Si avvicina un terrorista con identità del Festival al collo: “Il Teatro è dalle 5 che è pieno. Che state a fare ancora qui?”. La folla risponde con una sola voce: il teatro ha aperto alle 8 circa e fanno ancora entrare. Poco a (molto) poco.

20:59. Arriva la notizia ufficiale: il Morlacchi è sold out. “Sono tre ore che sono in fila” è la lamentela più sbraitata. Sale un applauso dalle casse del minischermo: Saviano è salito sul palco.

21:08. Parla Paolo Borsellino ai funerali di Giovanni Falcone. Gli applausi registrati si sommano a quelli fuori del teatro. Quasi tutti quelli che erano in fila ci sono ancora (si potrebbe quasi riempire un altro Morlacchi) non per un divo, non per un bello, ma per la parola. Parola che racconta ciò che accade. Parola che cambia le coscienze. E qui le orecchie sono tutte aperte. Fuori dal Teatro è rimasto anche lo spillungo con identità del Festival al collo che diceva che aveva un amico che forse, chissà, poteva farlo entrare visto che in questi giorni aveva aiutato il responsabile della sicurezza a distribuire volantini…

22:49. Mancano pochi minuti alla fine. Saviano chiude ricordando la parola di Corrado Alvaro: “In una società niente è più disperante del dubbio che vivere onestamente sia inutile”.

Diresti che il cambiamento comincia da qui. E poi una non più giovane accanto a me chiede all’amore suo: “Ma a lui la scorta chi gliela paga?”. Come non detto.

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