La passione per un colore, l’azzurro, quello della maglia della nazionale, quello del mare che da buon Viareggino, ha sempre amato.

Marcello Lippi, 62 anni, ct della nazionale campione del mondo, è uno dei grandi ospiti del gran galà del giornalismo di Perugia al teatro Pavone.

Vincente, permaloso, sincero. Innamorato del calcio, il Paul Newman dell’Adriatico, così lo chiamavano a Cesena, parla a 360 gradi.

Vanta dei trascorsi da calciatore nella Sampdoria, dove faceva il libero, un palmares da imperatore in veste di allenatore della Juventus, con 5 scudetti (c’è chi dice 6) e una coppa campioni, e poi il trionfo di Berlino, rappresentato in sala da un filmato amarcord di quel 9 luglio 2006 che difficilmente gli italiani dimenticheranno.

Un uomo che sta benissimo nel “gioco delle parti”, che gestisce e continua e gestire tormentoni, “Cassano? Chi è?”, risponde alla giovane platea.. “.Un allenatore deve essere una guida, non un padre”

Scaramantico, equilibrato,  si prepara ad affrontare l’avventura Sudafricana, l’aspetta con impazienza. Scalpita. La preparazione sarà accurata nella fase tecnica, con gli azzurri in ritiro a Sestriere, affinché abbiano un numero di globuli rossi sufficienti a garantire atletismo e dinamismo nelle alture del paese di Mandela.

Ma è il gruppo quello che conta, è come una famiglia. Lippi ricorda quando l’avvocato Agnelli lo introdusse ad Alberoni, celebre sociologo. Oggi quella filosofia è alla base dell’unità di uno spogliatoio, di quella seconda squadra per i “ragazzi”, la squadra dei “sogni” dove possono fornire prestazioni diverse da quelle nella squadra di club. Sacro mantra che allontana i tormentoni. Oltre a Cassano, su Balotelli? Maturerà e saprà dare il suo contributo, Totti? Argomento glissato, Amauri? Adesso è italiano come gli altri.

E poi, il ricordo di Zidane, “ il giocatore più forte degli ultimi 20 anni”, il migliore che abbia allenato, e dei momenti gloriosi alla Juve, che emozionano qualche bianconero nostalgico

L’intervista è sapientemente condotta da Gianni Valenti della Gazzetta. Rapporto difficile quello con la stampa, ma rapporto “vero”. Una sincerità sanguigna che spesso esce fuori, come in quella serata di Parma dell’ottobre scorso, nella quale gli azzurri affrontavano con la qualificazione in cascina Cipro, quando rispose stizzito al pubblico che invitava i giocatori e lo staff ad “andare a lavorare”.

Resta l’immagine di un condottiero campione del mondo, nel paese dove sono tutti allenatori. Sceglierà la compagine adatta, forse la più vetusta, forse a conferma che  l’Italia non sembra un paese per giovani.

Possiamo difendere il titolo? Gli azzurri sono gli unici  insieme al Brasile ad aver fatto l’impresa,

perché no?

Annunci