Primo proposito per il prossimo Festival Internazionale del Giornalismo. Sempre che ci sia, io. Portare una doppia presa. Ben prima delle sedie, infatti, all’hotel 5 stelle “Brufani”, quartier generale di giornalisti e aspiranti tali, a finire sono le prese di corrente. In sala stampa, beninteso.

E così scrivo sul taccuino di Hemingway usando il computer come piattaforma, nel senso letterale del termine. Per fortuna che nessuno mi guarda, perché sono tutti impegnati, tutti nei loro articoli affaccendati. Ma io mi guardo intorno lo stesso, furtivo come un ladro in cerca di disattenzione, nella speranza che proprio nessuno mi veda.

Sua Censura interrompe il mio flusso creativo con una pacca direttoriale sulla spalla, rendendo evidente quanto il mio tentativo di camuffarmi con la tappezzeria della sedia sia totalmente fallimentare.

“Ma che fai? E accendi il computer…”.
“Sono finite le prese.  La batteria non mi regge. Intanto proteggo la sedia”.

Ci va giù pesante: il problema delle batterie potrebbe far inceppare il mio computer, con un danno stimabile in mille (MILLE!) euro a fronte della modica cifra di 200 euro per sostituirle con delle nuove.

Consapevole di fare peccato mortale, mi alzo e lascio la sedia incustodita. Ma più urgenti della comodità della mia seduta erano gli scongiuri che necessitavano di ampi gesti lungo tutto il corpo. Troppo sospetti se fatti da seduto.

Ma la scaramanzia si paga. Ma ancor più della scaramanzia, la mancanza di combattività. In breve: niente più sedia per me.

E’ come quel gioco che giocavamo alle elementari come selezione per il gioco della bottiglia. Magari durante una festa in maschera, tu vestito da Tex Willer e lei che ti piace da Trilli. Giravamo intorno ad una fila di sedie – solitamente un cerchio – e al momento in cui la musica si fermava, ci dovevamo sedere su una di quelle libere. Solo che le sedie, da essere sufficienti per tutti, stop dopo stop di canzone diventano sempre meno e il più scattante e attento soffiava il posto al più lento e distratto. La morale dell’amarcord è che la competitività, l’arrivismo, il farsi le scarpe, nel caso di specie le sedie, ci viene inculcata fin da bambini.

Qui non siamo tra bambini – anche se non tutte le facce hanno barba o rughe. Qui non siamo vestiti in maschera – anche se alcuni indossano discutibili cravatte o occhiali alla Janine dei Ghostbusters (ne ho contati almeno due per tipo umano). Ma la scorrettezza è quella dei bambini, accresciuta con l’immoralità dei grandi: le sedie non occupate da corpi sono presidiate con cappotti, giacche e capi vari. Si prende il posto come si farebbe al cinema o alla Biblioteca di Novoli.

Io non ci sto a queste scorrettezze da bambini. Io non ci sto a queste immoralità da adulti. E mi ritrovo fesso e in piedi.

Beati i fessi, perché di loro sarà il regno delle poltrone. La adocchio nella mia peregrinazione senza meta e con speranza decrescente ad ogni passo. Una sedia libera? Di più: una poltrona di vimini con tanto di braccioli e cuscino imbottito e intarsiato con motivo floreale (gigli). Una poltrona libera? Di più: una poltrona libera con presa retrostante occupata dalla spina della lampada e dunque potenzialmente libera.

“Scusi, posso staccare la luce?”.
“Nessun problema”.

Mi risponde una voce decisa, grossa, globale, non so come meglio dire: da maschio. E’ di Roma. Lo si capisce distintamente dall’accento. No, non è il mio amico immaginario, ma il signore seduto sul divanetto accanto alla poltrona che bramo di occupare. Fluente chioma argento raccolta in una coda, calza scarponcini marroni da montanaro, jeans neri old fashioned, camicia scozzese molto grunge e gilet di pelle nero con bottoni dorati.  Al collo non ha nessuna identità plasitificata, ma solo fini occhiali da vista. Un Renegade attempato e nemico giurato del fitness.

“Barny” lo chiamano. “Signor Barny”. L’unica nota stonata del “Signor Barny” è l’anello al dito. Anulare sinistro. Ma sicuramente si sarà sposato con rito celtico in una qualche fazenda del Brasile dell’Est.

“Il futuro accade non in America, ma in Mongolia, a Nairobi. Il futuro non è più affare dell’Occidente”.
“Qui al Festival ci si siede [magari, N.d.r] e si ascolta l’altro ieri e non il dopodomani”.

Quando si alza dal suo trono imbottito di piume involta il computer in un panno sporco che potrebbe essere quello di un pittore e poi lo adagia con cautela in una tracolla di cotone di un festival umbro di quelli sui sani sapori della terra autoctona. E pazienza se sul salottino pre-illuminista Luigi XIII-XV tira un vento gelido che mi ha già fatto starnutire due volte.  Da qui non mi muovo. Ormai l’ho capito anch’io:  il giornalismo non è altro che la ricerca accanita del comfort e stare sulla notizia non è un eufemismo. Ma una necessità fisica.

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