No. Il minimetrò proprio no. Me lo sono ripromesso prima di partire. Un punto d’onore. Per non darle retta e fare a modo mio – non posso fare nomi, altrimenti mi censurano, perché la censura esiste anche su Internet. Una riaffermazione della mia libertà di pensare e conseguente capacità di agire. Ma la scarpinata per Perugia (domanda da inchiesta giornalistica:  la correzione automatica di “Perugia” in “Perugina” fatta da Word è un lapsus freudiano?) mi aspettava comunque al binario d’arrivo. Libertà o non libertà.

Alla partenza da Firenze non incontro alcun problema. Anzi, arrivo in stazione con un’ora di anticipo. Il tempo trascorso in attesa del regionale per Perugia è di così scarsa importanza da meritare non più di una riga e un quarto. Altro discorso – e maggior numero di righe – il viaggio al limite della decenza sulla carrozza 5, classe seconda, del treno 3161. Il limite, invero non oltrepassato, è rappresentato da due bambini. Urlano ininterrottamente facendo il gioco dei marescialli. Il più scatenato urla: “Maresciallo Alessandro, Maresciallo Alessandro”. Forse Alessandro è il suo amico, ma lui urla a prescindere, senza un nome preciso. Ascoltato il piglio sonoro, più probabilmente si riferisce a se stesso in terza persona. Piccoli Napoleoni dannosi crescono.

Ma il limite di cui sopra viene invero oltrepassato dalla signora due file davanti a me. Non parlo del fisico – non posso fare, altrimenti mi censurano, perché la censura esiste anche su Internet –, ma del fatto che parla al cellulare dei fatti suoi per tutta la durata del viaggio, più ritardo compreso nel prezzo, e contemporaneamente risponde dando del lei a quella che sembra essere la sua assistente, che fisicamente non arriva ad essere come lei, ma poco – molto poco – ci manca.

Arrivato a Perugia, il Ministero dei Beni e le Attività Culturali segna un home run contro il Festival Internazionale del Giornalismo, l’IJF (domanda da inchiesta giornalistica: l’ “I” è una scelta di marketing per assimilare il Festival ai prodotti della Apple?). Due signori, più anziani che avvenenti, distribuiscono volantini pubblicitari della settimana della cultura, con apertura gratuita dei musei. Eppure anche l’ingresso al Festival è gratuito.

Mi dirigo con passo invernale (ho cappotto, giacca, esco da un’influenza strisciante e la gola è ancora rossa fine della parentesi “anamnesi medica”) al gabbiotto dell’Ataf locale:

“Vorrei un biglietto”.
“1 euro”.
“Un biglietto per andare in centro”.
“Sempre 1 euro”.
“Sì, ma quale prendo?”.
“Qualsiasi lettera, basta che sia dalla parte della stazione”

Da dietro al vetro l’addetta, con un leggero movimento del capo, mi fa cenno di tornare, esattamente da dove vengo. Arriva la lettera “D”, che prendo senza pormi più di tante domande. “Qualsiasi lettera” – mi ha detto. E la “D” è una lettera.

Perugia è come l’ho lasciata l’anno scorso. In salita, anche lei. Così in salita, che perdo la fermata.

“Scusi per il centro dovevo scendere prima, giusto?”. L’autista annuisce, dopo essersi tolto l’auricolare del cellulare. Prendo il trolley, lo zainetto, la tracolla e mi lancio all’indietro nel percorso fatto. Solo che stavolta devo salire dove gli altri scendono. Il centro è da qualche parte, ma lassù. Ed io ci devo arrivare, senza prendere il minimetro.

Il rumore delle ruote dentate riecheggia cupo nelle vie alpine di Perugia. Mi inerpico in un corridoio che non avrebbe sfigurato nella Los Angeles di Blade Runner. Sui muri leggo imbrattato il mio destino e non mi piace per niente: è brutto, sporco e non capisco cosa dice.

L’ascensore personale – o come si chiama la scatola in cui ora mi trovo – mi fa salire al primo livello della città. Un altro giro di indicazioni e salite e mi ritrovo ad un altro ascensore. Il venditore ambulante all’ingresso mi indica che per salire bisogna andare proprio lì dentro. Premere il bottone e sperare che l’ascensore non si incagli. Non dice esattamente questo: mi invita a comprare le sue opere, ma io voglio capire che mi stia indicando l’interno dell’ascensore. Guardo i mille nuovi segni, che proseguono dai muri esterni alla scatola dell’ascensore, sperando che stavolta il mio destino sia più clemente. Le porte si aprono – dopo attimi interminabili in cui mi sono convertito a tutte le religioni esistenti – e la luce del sole scopre giovani virgulti e vitaminici con la loro identità appese al collo. Li riconosco: loro e le loro facce. Le ruote del trolley, adesso, rotalano gioiose nel centro di Perugia. In piena e conquistata libertà.

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